Impressioni romane

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L’ultima volta che sono stato a ero andato a sentire Circo Loco , faceva un sacco di caldo, specialmente a ballare, tutti avevano la loro brava bottiglietta di acqua da 10 euro e sembravano divertirsi un sacco trasportati dalle sonorità incessanti delle casse a super volume.

Mai Roma mi era sembrata così bella, una Venere tenebrosa e abbracciata a te dal caldo appiccicoso e gioviale delle sostanze, i romani simpaticamente diretti e al mattino,  i baracchini sparsi in strade polverose così scintillanti di unto e retorica zozzeria.

Questo settimana era partito con tutti altri intenti, alcuni giorni liberi da spendere per perdersi in gallerie benedette dal gusto filantropico e munifico di personaggi ormai morti da secoli e eventualmente un giro serale a tastare lo zoccolo duro del divertimento. Se ancora esiste in tempo di crisi.

Quello che ti frega in qualche maniera in questo tipo di programmi e che non hai fatto mai in realtà il programma sintonizzandoti coi discorsi meterelogici dei vecchi al bar perchè senno sapresti.

Sapere, ma che vuoi sapere, mentre ti avventuri in caldo da libro per l’autostrada. Tutto scintilla e riverbera fino all’arrivo dove anche il tuo denaro brilla sotto il  al posto di sosta delle moderne piste di carovana. La sensazione di rapina è la stessa, il pedaggio taglia la gola.

Ti accoglie maestosa e eterna, immobile nella sua magnificenza ormai desueta, quale grande bellezza se non quella di un futuro incerto da costruirsi da sempre sulle macerie di un passato fatto di onore e vigliaccheria, uomini in toga e uomini di fascio.

Tutto ti guarda per incuriosire e sottomettere, le proporzioni ti devono spaventare e nessun ordinato caos ti guida nella fiumana di motorini sciolti come bighe a due ruote. Cavalli imbrigliati ad attendere ai semafori, urla di pietà e scherno per il vecchio che attraversando scorre ancora i suoi ultimi giorni di vita.

Eterna nella sua gloria, sporca e corrotta, generosissima con gli amici, audace nel chiedere coi nemici, armata e confusamente felice davanti a un piatto di bucatini.

Tornando a noi e non divagando, che la matassa si sarebbe presto impantanata, si era capito da subito, appena principiato a camminare.

Tutte le volte mi faccio fregare, mi faccio prendere dal fare domande, da scavare, da chiedere sempre a chi non si deve domandare mai.

Però che fai ? Non ti metti a chiaccherare con un povero cristo in panni da legionario, che sublime ironia, di quello che si smazza sotto i suoi ogni santo giorno nella piazza della capitale del mondo?

Vengo a sapere che il lavoro non va tanto male perchè fino a quando resistono quelle vecchie mura che alle spalle qualche turista infarcito di grana da farsi fotografare si trova. Però sono gli impicci che sono i maggiormente attraenti per chi sa guardare.

Io e la guardia di un impero che non marcia più da nessuna parte osserviamo insieme lo sciame fecondo di umanità che si sbraccia affannoso di vedere tutto e sentire tutto, di un perdere in un minuto di occhiata tutto il sotteso di una , quella romana e quella italiana, in continua caduta libera verso il domani.

Ci sono le guardie in borghese che osservano, scrutano e interagiscono in caso, senza ammazzare, sia mai!

Ci sono i turisti rincoglioniti dal sole e dalla pajata, ci sono vecchi e bambini, c’è Roma che gira, il tempo che passa e un sole che spande, deforma e fa friggere l’armatura del mio amico che se la squaglia con la scusa poco virile del bisogno d’acqua.

Non si beve acqua, si beve un alcolico, si sudano lacrime distillate, ci si annebbia con un goccetto se proprio si deve bere.

Non è semplice passeggiare senza perdersi, lasciando i buoni propositi a casa. Invece di infilare dritto al museo i passi accaldati e poco chiari, inclini per natura all’asseggiolamento ti portano al primo bar che trovi, sì proprio quello di una volta.

Se i visi non cambiassero tutto sarebbe uguale. E’ il posto che trasuda una nostalgica occhiata al design degli anni 70. Le spruzzate di formica in ogni dove rendono l’aria scintillante di unto e vetril, il rumore della macchina del caffè è sempre lo stesso, prima una tosse leggera e poi un rantolo marrone di schiumina. Un religioso silenzio del bere, un sorriso frettoloso e amaro e via verso nuove avventure.

Tutti entrano ed escono tutti si assoggettano alla marea in piena fuori sull’asfalto e sul porfido che luccica di olio, di secoli, di soprusi e di vita.

E io mi fermo. Contemplo tutto questa sciabordio. Ascolto. Leggo e scrivo. Ti racconto come Roma ha vissuto per me una novella durata un pomeriggio. Con la sora Cesira che si affaccia e  chiede del gatto suo, con il portiere che si lamenta bevendo una foglietta di , colla guardia di quartiere che s’atteggia a ganassa e vale meno del due di picche. Con l’ amico suo che sguardo alla porta, asciughino in mano, aspetta che entri ancora non so chi.

Appena lo scopro ve lo faccio sapere, per il resto se avete bisogno mi son fermato un pò qua.

 

 

 

 

Internauta sfegatato vivo connesso ben oltre la fine del gioco.

1 Comment

  • […] Capita bene l’antifona ho consegnato le chiavi delle stanze, salutato discretamente, afferrato con due mani il mio destino e mi sono avviate verso i musei vaticani certa che se li avessi cercati molte ore dopo sarei stata in grado di ritrovarli nello stesso punto preciso, sulle stesse sedie, a ridere di tutto e di niente. E’ probabile che se li cercate li potete ancora trovare là. […]

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