Lavoro da schiavi egiziani.

Concerti e Palchi

Per la gloria del tu schiavo costruirai con il tuo duro la sua piramide. Verrai ricordato nei secoli come l’umile tassello che ha costruito il tutto. Gloria eterna al !

Ogni tanto con la testa intontita dal freddo intenso o dal caldo soffocante di un piazzale ho sentito dentro di me queste parole di ammonimento. Lavora schiavo perchè la tua umile e sfruttata fatica di oggi renderà felice un giorno il faraone che potrà sfoggiare il suo potere, incantare i suoi sudditi, farsi bello davanti al suo pubblico alla faccia del tuo lavoro in e del tuo stipendio da schiavo.

Non sono completamente impazzito ma ho creduto di esserlo quando ho lavorato ininterrottamente per una anno per un ditta piuttosto famosa del centro italia nel settore degli allestimenti di , sagre e quant’altro comprendesse dai mini gazebo ai capannoni mobili delle gradi feste dell’unità.

Le regole di ingaggio le solite. Lavori in nero, ti paghiamo 6-7 euro l’ora a seconda di quello che fai. Riscuoti una volta al mese. Vieni a lavorare quando te lo dico io.

Nelle regole d’ingaggio c’è tutto quello per cui mi sono incazzato, ho lavorato come un pazzo, ho dormito dentro camion, ho montato e smontato manifestazioni pubbliche sponsorizzate da comuni e dallo stato insieme a clandestini, regolari, pazzi, disperati, ragazzi, drogati e vecchi. Il solito manipolo di stronzi che serve a fare il lavoro sporco e che lo fa.

Ho cominciato spostando le sedie di un teatro in continuo allestimento per spettacoli ogni settimana diversi. Il lavoro in questo caso oltre a essere apparentemente privo di senso era anche piuttosto ripetitivo. Prendi le sedie, le accatasti e poi con una rampa malferma e in bilico su un volo di un paio di metri le porti al piano sottostante la platea che funge da rimessa.

Per svuotare il teatro mediamente ci vogliono almeno 4 ore in una decina di persona, gli ( io e la mia squadra) di solito lo facevamo in due perchè tra il continuo e pressante vociare del nostro kapò e quello del padrone del teatro non si faceva vita.
Arrivavi a sceglierti il posto vicino allo scarico delle sedie dalla rampa perchè là sotto le voci maleducate e irrispettose del capo arrivavano ovattate e confuse dalle grandi tavole di legno del palco. Laggiù c’era solo la luce filtrata di polvere ad accoglierti, quella o una bella fila di sedie nel muso che il tuo compare aveva lasciato troppo in fretta perchè desideroso di fare un nuovo ed ennesimo viaggio.

Ho resistito un bel pò in questa mansione ad alta specializzazione, le mie mani si sono indurite e spaccate per il continuo maneggiare il ferro sporco delle sedie e dei carrelli. Per te fighetta che stai leggendo e pensi ai guanti sappi che i veri uomini non ne portano. Sono scomodi e spesso pericolosi quando lanci tre file di sedie in pacchi da dieci da una rampa che ha veramente troppa pendenza per essere sicura. Se un gancio si aggrappa a un guanto rischi di fare un bel volo a faccia in giù.

Dopo aver provato per mesi l’ebbrezza dell’egiziano addetto alle sedie mi è stato insegnato, sempre con la sollecitudine che anima tutti in questo tipo di lavori, come si scaricano e ricaricano i camion dei concerti. Il lavoro di concetto anche in questo caso è escluso. La forza la fa da padrona.

Caricare e scaricare un bilico pieno di casse, strumenti, fondali di scena, casse, lavatrici, trucchi e parrucchi è un lavoro molto simile a un grande e mirabolante tetris di grandi pezzi neri. Ogni pezzo nello scarico andrà posizionato in maniera agevole alla costruzioni del palco o dell’allestimento da teatro. Nel carico ogni pezzo dovrà tornare al suo posto primigenio per poter far rientrare tutto. Ordine e disciplina, cazzo, siamo egiziani!

Spesso le mie mansioni si sovrapponevano in maniera fantastica e in turni andavano da un minimo di otto ore a un massimo di due giorni e mezzo di lavoro continuativo. Quelli che molti ignorano quando vanno ai concerti è che quella bella e mirabolante struttura su cui il cantante sembrerà un pinguino che ulula è in realtà il frutto di una settimana di lavori di gente che fa o che ha fatto il mio stesso mestiere.

Dietro a un grande spettacolo c’è una marea di gente che si ammazza, letteralmente, perchè tutto sia pronto al giorno e all’ora prestabilita. Per ottenere il risultato tutto è lecito e la droga la fa da padrona in questo caso.

Non son uno stinco di santo e l’idea che la gente si droghi non mi sembra affatto astratta avendo fatto anche io esperienza nel campo ma l’uso massiccio di cocaina che ho visto fare durante i montaggi e gli smontaggi dei concerti è fondamentalmente sconcertante.

Durante il montaggio di un concerto in una grande città del centro Italia, un giovane ragazzo romano, un rigger, faceva spesso sedere e riposare i suoi operai a patto che gli lasciassero il tempo di farsi le sue belle fumate di coca. Caricato a palla ricominciavano a lavorare seguendo l’onda della botta, riposando quando il ragazzo fumava, schiumando quando la botta gli scorreva forte nelle vene.

Tutto era fatto di corsa e spesso senza criterio, gli ordini impartiti da capi squadra moldavi venivano trasmessi a operi albanesi e italiani che nel marasma di lingue e frasi poliglotte assumevano sempre significati di fatica e sbattimenti nel rifare cose già fatte. La macchina per essere oliata e funzionar aveva bisogno di un paio di giorni. Superato lo scoglio del mettere insieme squadre di operai che lavoravano e parlavano in maniera diversa, le strutture, cominciavano sempre a spuntare maestose.

Il meglio del lavoro era quando presentandosi all’improvviso l’artista di turno contraddicendo il capo dei lavori ventilava l’idea di spostare un palco da migliaia di tonnellate leggermente più a sinistra perchè la luce del sole gli avrebbe fatto brillare i capelli in maniera più naturale.

Ne ho visti di tutte le fogge di questi “artisti”, dall’uomo veramente umile che passando ti ringraziava, cazzo se fa piacere, a quello sopra. Sopra di te, sopra la morale, sopra la tua fatica, sopra il dovere . Uno stronzo insomma.

La venuta del faraone di turno era accolta da alcuni di quelli che lavoravano con me con ammirazione, da altri con disprezzo, da quasi tutti con la cognizione che quello che noi facevamo per alcuni era solo scontato. Parte di un tutto che gli era semplicemente dovuto perchè lui o lei aveva cantato di magliette fine e amori eterni.

Che grande ipocrisia quando anni dopo tutti sono venuti a conoscenza del sistema di sfruttamento dei lavoratori di questo settore quando alcuni ragazzi sono morti montando i dei concerti. Niente è cambiato. Sappilo.

Solo dopo aver lavorato dei mesi nel settore avevo cominciato effettivamente a realizzare che stare in bilico sui dei ferri da ponteggio a dieci metri d’altezza non è esattamente da considerarsi un’opzione per un lavoretto estivo. I rischi, la mancanza endemica di controlli, la fretta nell’eseguire i lavori sono terreni fertili per gli incidenti.

Cellulari che cadono di tasta da dieci metri possono essere fatali se presi in testa, volare giù da una torre delle casse cercando di issare la putrella dall’esterno della struttura e non morire è solo un segno del destino. Un miracolo se fossi cattolico.

Gli unici lavoratori di solito assicurati in queste ditte sono gli extracomunitari che fanno a gara per compiacere il padrone. Il padrone gode di sgravi fiscali e giustifica una massa spropositata di denaro con assunzioni mirate e tese a rendere credibile bilanci che fondano più della metà del loro peso sul lavoro a nero.

Essendo il lavoro a chiamata fino a che stai simpatico al kapò lavori e stai zitto, se non rompi le palle per lo stipendio o per un aumento allora vieni chiamato. Se rompi le palle le chiamate iniziano a scarseggiare e ti viene concesso di lavorare solo quando il kapò si rende effettivamente conto che per quella volta gli servi davvero. La speranza del lavoro come mero calcolo di profitto e sfruttamento.

C’è da dire che quando la merda è alta di solito si creavano sempre delle sorta di muti soccorso tra noi lavoratori. Spesso la coesione ci ha salvato imponendo il nostro modo di lavorare, è difficile capire la fatica quando l’unico atteggiamento lavorativo che hai è fischiare per chiamare i tuoi dipendenti e passare ore al telefono giocando al grande imprenditore.

Grandi imprenditori e istuzioni. Nella mia carriera da egiziano-montatore di palchi ne ho viste abbastanza per capire che questo paese, questo stato, è più colluso e interconnesso di quello che si pensi. Ho montato ultimi dell’anno e sagre di paese, feste dell’unità e dell’artigianato, in location di rispetto e ammirate in tutto il mondo. Non importa quanto grande o piccolo fosse l’evento, qualcuno guadagnava, qualcuno veniva oliato, qualcuno lavorava e qualcuno faceva sempre la parte di Calimero.

La connivenza e il tacito assenso delle istituzioni all’impiego di manodopera non specializzata, non retribuita a sufficienza, non inquadrata in nessun contratto di lavoro regolare per me, per noi squadra al servizio del faraone era la regola. Come per noi chissà quanti altri.

Con alcuni dei miei compagni ho stretto delle belle amicizie, con alcuni ho litigato ferocemente, sopratutto sul sentimento di gratitudine che alcuni provavano per chi comunque e palesemente li sfruttava. Una sorta di innamoramento e gratificazione esterna verso i guadagni del datore di lavoro. Il suo successo come il mio, senza però nessun vantaggio.

Ho lasciato questo lavoro dopo che mi sono fatto male. Nella concitazione degli ultimi momenti pre-concerto mi sono tirato addosso un tornello d’accesso. Non mi sono fatto troppo male fortunatamente perchè avevo indosso le scarpe anti-infortunio. Il mio kapò mi ha riconosciuto un’indennità di due mesi di stipendio pagato pur non lavorando.

I sindacati non mi sono stati d’aiuto nel ribattere a quest’offerta ridicola. I soldi per intentare una causa erano fuori discussione. Una causa da sette-otto anni contro un srl che avrebbe potuto cambiare nome e amministratore da un momento all’altro. Una causa persa nel nostro sistema giuridico. L’ennesima.

Come ultimo regalo in quest’esperienza di vita mi sono voluto regalare un’emozione forte. Una cosa che mai avevo fatto prima d’allora. Sono andato alla guardia di finanza e ho raccontato cosa ho visto, come sono stato pagato, quanto, dove e come ho lavorato. Ho denunciato il faraone.

I solerti agenti della Guardia di Finanza mi hanno fatto parlare, mi hanno ascoltato e mi hanno ucciso.

Per loro ero io il truffatore, il mariuolo, il cittadino disonesto che incassa uno stipendio e non ci paga le tasse. Ero io quello che danneggiava la nostra economia, il mancato gettito nelle casse dello stato dei mie averi un’abominio.

Sono uscito soddisfatto da quell’incontro. Ho capito una cosa. Siamo noi la rovina del nostro paese. Tutti noi. Anche tu.

 

Sono uno qualunque, la mia storia è alquanto comune. Sono uno dei tanti che ha perso il lavoro, ho le mie idee e vivo su questa stessa vostra terra. Solo che non mi vedete o non lo volete. Potrei banalmente essere te per questo il mio nome non è importante.

1 Comment

Leave a Reply