Servizio Carta Stampata

Carta Stampata

Non sono mai stato un frequente e assiduo lettore di . Ho sempre preferito informarmi in maniera diversa. Le fazioni che sponsorizzano la carta stampata dopo poco vengono fuori. Non mi piace digerire le idee degli altri e se posso cerco di averne di mie. Idee. Merce rara.

Non avevo mai fatto caso più di tanto quindi all’imponente mole di quotidiani che si ammassano giornalmente nelle edicole d’italia, ai mille tipi di cruciverba che vengono stampati e a tutti quei giornali con gadget che tanto fanno rimpiangere il taglio di un albero.

Mi sono ritrovato a fare un che non pensavo potesse neanche esistere. Si diventa disoccupati organizzati anche grazie a queste chicche.
Ogni mattina, presto, prima che la gente vada normalmente al lavoro, il camion dei giornali passa e scarica, un’edicola alla volta, le ceste contenente le pubblicazioni del giorno. Alcune di esse verrano vendute mentre altre invece rimarranno a prendere la polvere sugli scaffali e sui banconi dell’edicola fino a quando il titolare li prenderà e li ributterà a casaccio dentro una cesta grigia con coperchio. La cassa da morto di un giornale è grigia.

 

Questa infinità di casse grigie arriva a un deposito nella periferia della mia città. Un anonimo capannone in mezzo a tanti altri capannoni. Un grande portone rosso scorrevole, finestre altissime a livello del tetto.

La prima volta che sono entrato in questo capannone era perchè l’agenzia interinale a cui mi ero rivolto per cercare impiego mi aveva trovato un posto libero per poche settimane in quello che poi ho potuto definire lo spezzaschiena.

Quando ho iniziato a fare questo lavoro ero senza mezzi di trasporto, unica fida compagna di albe indimenticabili la mia bicicletta con cambio shimano vinta qualche anno prima a un dopo-lavoro di ex dipendenti Fiat.

Sveglia verso le tre mattino, pedalata ristorante e magnificatrice per circa una mezz’ora nell’umido e nel buio di una città vissuta solo da chi sta tornando a casa, da chi a casa proprio non ci vuole andare e da chi una casa proprio non ce l’ha.

Dopo questo sprint da grande atleta con fiato in pezzi, cicca in bocca fino all’ultimo, monto sul treno verso la periferia. Scendiamo sempre in tre e siamo tutti pettinati dal freddo, dall’umido e da una certa nostalgia del letto che ormai si sarà già raffreddato da un pezzo.

Breve sdrucciolo in un sottopasso, svolta a sinistra, strada sterrata, abbaiare di cane e in fondo come un miraggio di cemento lei. La .

Il primo giorno mi presento affannato e già leggermente preoccupato quando intravedo il mostro. Un nastro trasportatore a forma di serpente, alto non più di sessanta centimentri da terra, snodato lungo mezza fabbrica, seminascosto da pallet di giornali e riviste impilati dentro a ceste enormi.

Passato il momento di sgomento iniziale mi viene spiegato che il mio lavoro è semplice. Questo genere di lavori è sempre semplice. Sul nastro trasportatore viaggiano velocemente tutti i giornali invenduti del giorno prima e i ritiri delle riviste, dei fumetti e di ogni altra edizione di carta stampata pronta per il . Io devo separare e fare mucchi più o meno ordinati di alcuni delle pubblicazioni che il mio caposquadra mi ha assegnato.

Vengo messo a smistare Playboy e settimane enigmistiche. Per quanto riguarda Playboy all’inizio mi sono anche sentito felice al ricordo delle sessioni onanistiche di gioventù con il bel giornale in mano. Per quanto riguarda le settimane enigmistiche non pensavo davvero che se ne pubblicassero tante e con così tanti formati.

Il nastro non viene mai fermato per nessun motivo. Essendo un lungo e infinito serpente la cui bocca mangia sempre la coda, il blocco del nastro vuol dire fermare circa una cinquantina di lavoratori che chini su questa striscia nera smistano a testa bassa pubblicazioni di ogni genere.

Immagino che chi ha tarato la velocità del nastro non sia altro che un figlio di puttana che siede a una scrivania in qualche ufficio nascosto. Le placche che compongono il nastro scorrono via veloci e per rivedere la stessa placca macchiata di rosso alla fine delle tre settimane sapevo che ci voleva circa sette minuti. Un tempo di attesa pazzesco ma che implicava tutta una serie di manovre dall’altro.

Davanti alla mia postazione ceste di acciaio, specie di carrelli da supermercato in versione ciclopica. Il mio compito era riempire ognuno di questi mega cesti con gesti veloci e precisi. Playboy destra, settimana enigmistica sinistra , edizione mensile di parole crociate dietro la schiena e cosi via.

Il grande nastro scorrevole era regolarmente rifornito da due ragazzi, credo fratelli, che non parlavano mai e solo con dei gridi all’unisono scandivano l’afflusso di una nuova pubblicazione che veniva assegnata poi dal caporeparto a chi aveva già finito di lavorare un’edizione.

Un vero lavoro da macchine. Scrutare con lo sguardo cercando di riconoscere velocemente da un titolo o da un’immagine una certa tipologia di giornale non è così semplice come si immagina. I giornali accatastati sul nastro vanno prima sparpagliati bene per vedere cosa si ha effettivamente per le mani, poi raccolti velocemente, fatti volare nelle ceste e così all’infinito per tutta la durata del turno. Otto ore.

Sei stai cazzeggiando con gli amici o sei in compagnia dei tuoi cari o giochi con tuo figlio, otto ore non sono niente. Volano via e neanche ti accorgi. Se sei chino su una nastro trasportatore di cui ti chiedi continuamente come mai sia stato costruito per  i folletti di babbo natale e posizionato poco sotto i tuoi ginocchi allora otto ore scopri che possono essere maledettamente lunghe. Infinite.

Il primo giorno ho pensato di mollare, cazzo se ho pensato di mollare. Poi ha prevalso lo stupido orgoglio dell’ultimo arrivato. Non si molla perchè il lavoro è duro, si porta a termine il proprio compito anche se questo non ha nessun senso immediato. La paga è il solito incentivo all’andare avanti.

Ho scoperto mio malgrado che avere esigenze biologiche in un lavoro del genere non è permesso. Il semplice fatto di assentarsi anche solo per pisciare equivale al fatto che i tuoi compagni di lavoro per quel breve tempo devono smistare giornali anche per te. Questo sistema non crea simpatie ma borbottii sommessi e inaccettabili recriminazioni. Che tu sia un lavoratore in prestito o uno assunto da vent’anni poco importa, la tua pausa per pisciare fa correre tutti leggermente di più.

E’ difficile vivere con serenità in un posto di lavoro dove anche un’umile esigenza fisiologica ti porta a disprezzare chi sta accanto a te, la competizione vana e i soliti noti che si trovano in qualsiasi posto di  lavoro, rendono l’atmosfera pesante.

Come una benedizione, alle undici immancabilmente il fischio della fabbrica interrompeva i pensieri di ognuno, staccato velocemente lo sguardo dal nastro le mani correvano veloci sui sacchetti con la merenda-pranzo.

Non mi è mai piaciuto mangiare nel luogo dove lavoro, sedermi su un pancale di giornali accatastati non mi attirava e per tutta la durata di questo lavoro me ne sono andato a sedermi per il mio quarto d’ora di pausa sotto all’unico albero nel piazzale antistante la fabbrica.

A volte il sole negli occhi e lo sguardo tra le foglie ho immaginato di essere in un altro posto. Di avere un’altro scopo oltre un continuo saltare da un posto all’altro. Senza certezze e con molti sbattimenti. Ho pensato persino alla remota possibilità che quel posto di lavoro, così amaro e faticoso, potesse diventare quello che avrei fatto ogni giorno negli anni a venire.

Una parte di me era lieta sapendo che quella era solo una tappa di passaggio, un’altra esperienza alla Factotum, un’altra parte vedeva nella routine la sicurezza di progetti personali realizzabili con il frutto di un lavoro pressochè da destinare solo a robot senza fatica e senza coscienza.

Se nella condizione umana la sofferenza è incluso nel prezzo del viaggio, perchè questa sofferenza è solo gratuita a volte e priva di ogni dignità alla ricerca di un accrescimento personale? Un lavoro sterile d’emozioni e soddisfazione può davvero essere il motore di un’intera esistenza?

Temo che queste domande siano destinate solo agli abitanti di certe classi sociali. La cui importanza come piede di una società intera è stata criminalmente dimenticata.

 

 

 

 

Sono uno qualunque, la mia storia è alquanto comune. Sono uno dei tanti che ha perso il lavoro, ho le mie idee e vivo su questa stessa vostra terra. Solo che non mi vedete o non lo volete. Potrei banalmente essere te per questo il mio nome non è importante.

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