Stoffe al Vapore

Cartoni_per_la_plissettatura

Certi lavori si adattano a una stagione meglio che a un altra. Se la fortuna arride gli audaci io sono il più tosto dei figli di puttana di questa terra.

Quando l’estate scorsa ho ricevuto la chiamata dalla cooperativa di servizio a cui mi presto come uomo tuttofare ho pensato di non aver capito bene.

Mi si parla di e stoffe e di un ennesimo facile da portare a termine in una ditta a conduzione familiare. Se il datore di è anche il capofamiglia, la riuscita dell’impresa commerciale è strettamente legata al successo e alla serenità di quella stessa famiglia.

Quando mi sono presentato per il primo giorno di lavoro mi è sembrato di essere stato trasportato in uno di quei film anni ottanta dove il protagonista si ritrova smarrito a China Town nel quartiere delle lavanderie. Nuvole di vapore, condizionatori con strisce di colorata che sventolano in pozze di umido grandi come piccoli mari.

Il magazzino era letteralmente invaso dal vapore, la signora Agnese davanti a un tavolo bianco spoporzionatamente alto, il padre con un fasci di ventagli di legno sottobraccio e i due figli semi sommersi da pacchi di panni triangolari ammassati per grandezza e colore su scaffali solidamente piantati a terra ma visibilmente deformati dal peso della stoffa.

Le presentazioni di rito nel caso di un ambiente di lavoro così piccolo e raccolto non sono difficili da interpretare. La signora Agnese comanda su tutti, impartisce ordini, fa le presentazioni, stringe la mano a nome di tutti e subito mi assegna al mio posto.

Il mio compito è quello di creare le plissettature su quei ritagli di stoffa che ho visto innanzi. Ogni pezzo di stoffa di colore e forma diverso va inserito tra due sagome di carta marrone tagliate a ventaglio. Prima si apre il ventaglio di cartone richiuso tra due stecche di legno, si estrae la stoffa cotta precedentemtne dal vapore e poi a seconda della grandezza del taglio della pezza si riutilizza il cartone appena sballato o se ne prende un’altro della misura pù adatta.

Per fare un buon lavoro bisogna centrare bene la stoffa e metterla con precisione tra le due forme di cartone, con un gesto netto e veloce delle dita bisogna poi avvicinare i lembi esterni delle sagome fino a formare un ventaglio ben chiuso. Preso questo sandwitch di carta e stoffa si richiude con due bacchette di legno ai lati  e si sigilla il tutto con scampoli di stoffa legando assime le due estremita del filo.

Detto a parole può sembrare difficile e non nego che per i primi giorni il motimento lesto delle mani per chiudere il ventaglio e non fare spostare la stoffa non è dei più scontati.

Ammassati un bel pò di questi ventagli di carta, legno e stoffa arriva il momento tanto atteso della stiratura a vapore.

Per stirare i ritagli di stoffa racchiusi nel ventaglio si usa il vapore prodotto da quattro grandi forni di metallo con una botola sul davanti.

Quello che negli anni penso mi abbia salvato spesso dal dare di matto è la fantasia. Nonostante sia bello cresciutello immaginare situazioni e riportarle nella realtà mi ha sempre aiutato a sconfiggere la dura evidenza dei fatti. Alcuni lavori sono sfibranti.

Il locale dove le caldaie erano alloggiate era un angolo esterno del magazzino, senza un vero e proprio tetto, solo una copertura di ethernit, immagino per disperdere l’enorme quantità di presente. Che io abbia visto le caldaie non veniva mai spente. Immaginando di aprire boccaporti da sommergibile io aprivo e caricavo il mio carico di stoffe alla bisogna, estraendo quelle già pronte, controllando che quelle precedenti fossero cotte a puntino.

Aggirarsi nei pressi di questi quattro forni a vapore ha assunto nel corso della mia permanenza  in questa ditta veri e propri connotati da esperienza dantesca. Nuvole di vapore, sudore a rivoli lungo la schiena e l’ebbrezza del calore diffuso sul corpo e sulle mani nel momento in cui facevo scorrere le porte stagne che magicamente separavano l’inferno di vapore da tutto il resto.

Con una temperatura esterna di trenta gradi e quella che si accumulava nei pressi di questi grandi bollitori penso di aver perso in quei giorni diversi chili. Il che può anche essere considerato una buona cosa considerando che c’è chi spende dei soldi per andare a richiudersi in una palestra a correre guardando il niente o peggio che mai davanti un video che ti mostra paesaggi che potresti davvero vivere se rinunciassi a fare lo stronzo con l’idea del corpo perfetto. Opinione personale sia chiaro.

Il mio lavoro per la maggior parte svolto il solitaria, tra cartoni, stoffa, pesi per tenere i ventagli e corse a controllare che i bollitori non sciupassero niente si è rivelato come uno dei maggiormente interessanti per i discorsi che si facevano in bottega.

Quando non conosco l’argomento di cui si parla preferisco tacere e ascoltare chi ne sa più di me. La possibilità di imparare qualcosa da chiunque è più alta se ogni tanto ci si pone verso la vita con umiltà.

La signora Agnese, motore instancabile della famiglia e della ditta, raccontava sovente quello che era una volta quel mestiere. Il suo non mi è sembrato mai però un rimembrare senza senso i bei tempi andati. Le sue sono sempre state storie di lavoro e di passione, di soddisfazioni e arrabbiature per lavori mal fatti e cambiamenti di mentalità che avevano travolto il concetto stesso di artigianalità, passione e ricerca di un mestiere in via di estinzione.

Ho dunque appreso che quelle che per me erano solo pezzi di stoffa da piegare in realtà erano pezzi di creazioni di alta moda che avrebbero arricchito i taglie  di pantaloni e gonne di mezzo mondo. Quei pezzi tanto sudati sarebbero diventati parte integrante di un pezzo di storia di bellezza e di costume del nostro paese. Avrebbero rappresentato il lato artigianale e del saper fare dell’alta moda.

Sono tornato a visitare la signora Agnese poche settimane fa e con mia grande meraviglia ho trovato le caldaie spente e il magazzino chiuso. Uno spesso strato di polvere sui vetri. Un silenzio innaturale e immorale. Nessuna traccia di acqua per terra, nessuna nuvola di vapore libera di volare nel cielo ottuso della competizione a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo. Probabilmente un altro pezzo di sapere volato via. Forse per sempre.

 

 

Sono uno qualunque, la mia storia è alquanto comune. Sono uno dei tanti che ha perso il lavoro, ho le mie idee e vivo su questa stessa vostra terra. Solo che non mi vedete o non lo volete. Potrei banalmente essere te per questo il mio nome non è importante.

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