Operazione Clean the Pipe

Industrial Storage in Houston

Quando si parla di inusuale penso di meritare una menzione speciale. Addetto alla pulitura . Capitolo breve ma impegnativo da morire.

Fossero stati altri tempi e mi avessero proposto di fare da pulisci tubi mi sarei offerto volontario. Mi sarei probabilmente proposto anche per caricarli e magari svuotarli a colpi di polmoni. Inhale, Exhale. In my brain.
Lasciamo perdere citazione da collina dei cipressi ….

Il lavoro di dei tubi industriali è forse una delle peggiori mansioni che mi siano mai state attribuite, lo sporco e la posizione non proprio comoda mi hanno fatto rimpiangere amaramente di aver accettato lo stipendio in cambio dei miei servigi.

Questo lavoro è stato una delle pochissime occasioni di lavoro che sono venute dal mio essere iscritto presso una delle tante agenzie di lavoro che popolano il territorio.

Probabilmente data la scarsità di candidati per un lavoro del genere come ripiego sono stato scelto io. Che come un cazzone ho accettato.

Il lavoro anche in questo caso mi è stato presentato dal mio caposquadra milanese come semplice. Andrebbe aperta una parentesi di un paio di articoli sulla razza imprenditore milanese. Solitamente come una specie rara si riconoscono dalla voce nasale, dal dialetto impostato di default sul milanese di terza generazione calabra, sui completi da oviesse e sulla naturale impossibilità di empatizzare con i suoi consimili.

Già a partire dalle dotazioni di sicurezza mi ero cominciato a preoccupare. Stranamente troppo serie e all’avanguardia mi erano sembrate spropositate per la tipologia di lavoro ma nella mia mente si era altresì scatenato un dubbio. Se le dotazioni erano così professionali il lavoro forse meritava attenzione e infilarsi quella tuta bianca di uno stesso strato di plastica antistrappo forse era solo il preludio di situazioni che avrebbero richiesto una professionalità che sapevo di non avere.

Avviluppato come in un bozzolo dalla mia nuova tuta antismerdamento ero stato condotto dal padron davanti a una botola scura dove facevano capolino sei tubi in senso alternato non più larghi della vita di un uomo.

Già l’entrare in quei tubi mi era sembrata una cosa da pazzi, dovevo entrare a faccia all’ingiù, toccare il fondo del tubo con le mani e mettermi in ginocchio in quel budello che il mio milanese mi assicurava si sarebbe aperto maggiormente fino a permettermi di girarmi.

Non sono mai stato uno brillante per coraggio, l’idea stessa di un percorso di nascita al contrario, da una vagina a un tubo non mi attirava. Il solito coraggio del principiante mi ha aiutato a farmi forza e iniziare questa impresa che avrei capito solo più tardi veramente non faceva per me.

Bisogna dire che il lavoro di per se, visto da una scrivania, era realmente facile. Si entra nel tubo, ci si fa passare la lancia dell’acqua sparata con aria compressa a miliardi di bar, la luce di un totem faretto veramente potente e la maschera con l’aria e si inizia la perlustrazione del tubo, in ginocchio, alla ricerca di crepe o cedimenti particolari del metallo, lavando via la merda che ricopre le pareti e facendosi luce come un esploratore moderno dentro una grotta mai prima violata.

Ogni giorno quei tubi portavano via dalla fabbrica tutte le impurità della lavorazione svolta all’interno di enormi capannoni bianchi, un mischione insalubre di acqua, vernici, olio e trucioli di ferro.

Questi elementi mescolati a forza dalla spinta delle pompe, imparentati da olio e vernice, formavano sulle pareti dei tubi delle meravigliose concrezioni dure come cirripedi sul dorso di una balena, traslucenti alla vista, duri al contatto, appiccicati come la morte al culo di una vecchia.

La lancia ad aria compressa che mi aveva dato il padron era di quelle corte con il beccuccio che spara in tre direzioni regolabili, mi bastava puntarla verso uno di quegli organismi del tubo per vedere sparire i frammenti attaccati al tubo in un’esplosione di pezzi che cadevano sul fondo, si attaccavano alla mia tuta fino a qualche minuto prima immacolata e rendeva lo schermo della mia maschera untuoso e poco chiaro.

Quando si lavora in questi stati di solitudine, pensa di essere dentro a un tubo buio con solo una torcia e una marea di acqua sporca che li lambisce le palle, si ha modo di pensare con chiarezza a cosa si sta facendo e a formulare teorie che vadano anche più in la del proprio naso.

All’inizio del turno, rassegnatomi al compito da portare a termine ero entrato nel tubo con la consapevolezza che prima o poi ne sarei uscito ma dopo pochi metri avevo capito che sarebbe stata durissima arrivare fino in fondo e di riveder le stelle se ne sarebbe parlato solo dopo moltissime ore.

Inginocchiato come un martire ho pensato di essere tra i condannati dalla sacra inquisizione, proni davanti a un giudizio inappellabile, rimettendo a dio le proprie colpe, espiando su questa terra peccati mai commessi.

Lo sciabordio dell’acqua e quella totale e avvolgente oscurità mi hanno messo davvero alla prova, hanno fatto vacillare in me un fede che non ho, una fede che ti permette di accettare con rassegnazione anche una tortura del genere, una tortura chiamata clean the pipe.

Nella mia irrazionale paura di rimane la dentro ci davo sotto come non mai, spezzavo concrezioni e mi facevo pulito tra le ginocchia, avanzavo e imprecavo, scrostavo e rendevo pulito dalla lordura il tubo della mia condanna e salvezza.

Dopo forse neanche un’ora sono arrivato alla prima botola di controllo, un occhio di luce nella totale oscurità che io illuminavo con la mia torcia a tronchi di massimo un metro. Non puoi sapere il mio sollievo, gli ultimi metri me li ero fatti pensando di avere qualcuno alle spalle che ogni tanto non troppo amichevolmente mi dava una patta ben assestata sul fondo della schiena, giusto dove l’acqua sciabordando sbatteva ogni volta che tornava indietro formando una piccola ma decisa e incanalata onda schiaffeggiatrice.

Giunto sotto il cono di luce chi ti vedo tra i riflessi marroni dell’olio sulla maschera? Il mio milanese che orologio alla mano mi fa segno di velocizzare il lavoro. Il viso sbarbato e i polsi della camicia immacolati dal duro lavoro. leggermente adirato ma con fare condiscendente, come un padre che riammette il figliol prodigo non dopo avergli fatto una bella predica.

La mia natura spesso mi frega. Cazzo se mi frega. Mi si è chiuso l’afflusso di sangue ai neuroni e in un attimo, neanche io ne sono consapevole, mi sono infilato nel tubo e sono rinato, sono schizzato fuori e con tutta la mia veemenza gli ho stretto forte la mano, l’ho abbracciato con tutto me stesso, mi sono tolto la maschera e me ne sono andato, iniziando a togliermi la tuta e dirigendomi verso gli spogliatoi in cui quel mattino avevo lasciato i miei vestiti.

Quando mi sono girato, per l’ultima volta, ho visto il mio milanese pietrificato, gocciolante schiuma, sporco e acqua frammista a olio. Intontito da quanto appena successo, con le mani ancora all’orologio, la bocca aperta ma silenziosa, spiazzato in tutto e in parte da quel fantasma in tuta sporca che aveva appena fatto ciao ciao ai suoi demoni in fondo al tubo. Per lui incomprensibilmente.

Sono uno qualunque, la mia storia è alquanto comune. Sono uno dei tanti che ha perso il lavoro, ho le mie idee e vivo su questa stessa vostra terra. Solo che non mi vedete o non lo volete. Potrei banalmente essere te per questo il mio nome non è importante.

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