Guardiano del nulla Sul come passare il tempo in una fabbrica abbandonata

fabbrica-vuota-guardiano-del-nulla

A volte per svolgere il proprio dovere bisogna armarsi di pazienza, bisogna trasformarsi in un guerriero zen. Alcuni lavori in effetti assomigliano di più a una prova di forza tra il dovere di portare a termine il proprio compito e la voglia assoluta di scappare.

Ero stato assegnato dalla cooperativa di servizio in cui lavoravo alla guardiania di una all’estrema periferia della mia città. Lo stupore che provai la prima volta che raggiunsi il piazzale, nel cui centro si elevava diritta e immobile la , era al massimo. Un mio collega, uno sfigato ragazzetto che si portava in dotazione un televisore portatile come una propaggine, mi aprì il cancello e mi spiegò brevemente il mio compito. Avrei dovuto fare la guardia a una appena dismessa, sotto sequestro degli organi giudiziari per un presunto fallimento pilotato. Vuota.

Le mie dotazioni operative consistevano in una vecchia panda 4×4 e una radiolina con cui comunicare ogni tot ore alla centrale che tutto andava bene. Turno di servizio : dodici ore.

Posato lo zaino con i viveri e salutato il ragazzo tv che si avviava insonnolito verso casa con il suo scooter è cominciata la mia avventura nella fabbrica abbandonata.

Non avrei sicuramente passato le successive settimane a sedere dentro una lurida panda dai seggiolini sbrodolati aspettando che la mia vita fuggisse nella noia insieme al tempo del turno. Avrei trovato qualcosa da fare. Sicuramente.

Pensa di avere a disposizione un’intera fabbrica abbandonata che si snoda su due piani, completamente svuotata di tutto quello che poteva contenere, con qualche rimasuglio di attività qua e là, un posto abbastanza grande per sentirci l’eco se urli.

Del fuggi fuggi generale che doveva aver preceduto la chiusura sul pavimento erano rimaste le impronte fini e scorrevoli delle impiegate dei primi piani, con le loro scarpe con il tacco e le suole dalla traccia leggera, al piano inferiore i passi strascicati delle scarpe da degli operai lasciavano tutt’altro segno, marcato e pesante, spesso immobile in un solo punto, là dove l’olio sgorgato dalle macchine aveva lasciato un’ombra indelebile della loro stazza, un negativo di quello che fu e che non si sarebbe probabilmente mai più palesato.

Io per passare il tempo facevo a zoppino il percorso di quei passi di fantasma stando attento a non pestare le impronte per non cancellarle. Non potevo cancellare l’ultima traccia di quel lavoro finito nel vento e non sentirmi colpevole un pò anch’io a fare la guardia alle aspettative deluse di chissà quante famiglie.

Dal muro pendevano fili elettrici scoperti e prese divelte. Solo perchè sapevo che erano andati via non sospettavo che la fabbrica fosse ancora in costruzione, sembrava che tutto fosse stato lasciato a mezzo e che dovessero ancora venire gli operai a finire il lavoro.

La fabbrica nella sua interezza era veramente notevole. Spezzata in piani, si ergeva nella solitudine della zona industriale con una certa arroganza. Era bello salire sul tetto e guardare dall’alto in basso le altre fabbrichette, curiosare nei magazzini ombrosi gestiti dai cinesi con i loro pesci a seccare alle finestre e il perenne odore di olio fritto nell’aria.

Gli unici vicini che avevo in effetti oltre il cancello che mi separava dal resto del mondo erano proprio una moltitudine di famiglie cinesi che lavoravano e dimoravano dentro le loro piccole confezioni e rivenditorie di plasticame vario. I  bambini, quasi sempre soli, giocavano nella strada cieca di fronte a me, i genitori intenti a cucire o a scaricare le loro mercanzie non avevano effettivamente tanto tempo da dedicargli. Piccoli bambini come tanti altri, uguali in tutto e per tutto ai loro coetanei italiani, diversi forse solo per opportunità della vita.

Ho lavorato come guardiano della fabbrica sei lunghi mesi, dodici ore a botta, sempre da solo. Sul sempre da solo ci sarebbe da aprire una parentesi. A volte gli amici più caritatevoli venivano a trovarmi e passavano con me alcune ore, cazzeggiando, fumando joint e combinando casini innocui per passare il tempo.

Il grande vano dell’ascensore che portava dal garage sotterraneo alla terrazza era abbastanza grande per farci entrare dentro la piccola panda di servizio e francamente non ricordo emozione di bambino migliore di quella di accendere la macchina, scendere, chiamare l’ascensore e poi precipitarsi di nuovo in macchina per salire dentro l’ascensore con le porte che si sarebbero chiuse a momenti, entrare, spegnere la macchina e premere il pulsante del terrazzo comodamente seduto sul seggiolino dell’ direttamente dal finestrino, arrivare al piano e con una botta di retromarcia trovarsi con la panda in uno spazio francamente poco adatto a un’, senza spallette ai bordi del grande attico a proteggerti da una caduta irreparabile. Me la sono spassata.

Ho avuto anche moltissimo tempo per leggere, masturbarmi, fare ginnastica e vagare ramingo in cerca d’ombra nelle giornate più calde. Mi sono anche annoiato e ho pensato di mollare tutto per scappare. Non sempre si ha voglia di stare da soli per così tanto tempo a non fare niente o quasi.

Quando la sera precedente avevo fatto casino e di andare a lavoro non avevo voglia andavo lo stesso. Arrivato prendevo la panda che un bel giorno sarebbe scomparsa per far posto a una punto e mi facevo delle belle e sane dormite nel sedile di dietro cullato dal gracchiare stonato della radiolina di servizio.

Quando, raramente, la voce dall’altra parte della radio chiedeva informazioni sul trascorrere delle ore, la mia risposta era sempre più o meno la stessa: tutto bene. Che stessi scopando la mia ragazza o che mi stessi facendo un barbecue sul tetto era la stessa cosa:  andava davvero tutto bene.

Sono uno qualunque, la mia storia è alquanto comune. Sono uno dei tanti che ha perso il lavoro, ho le mie idee e vivo su questa stessa vostra terra. Solo che non mi vedete o non lo volete. Potrei banalmente essere te per questo il mio nome non è importante.

Be first to comment